Quella Barbara un po’ puttana

Dopo il femminismo delle suffraggette (per l’emancipazione) e quello della cultura della differenza (la seconda ondata degli anni ’70, tanto per semplificare), è arrivata l’ora della terza ondata. Un’ondata che sta portando proprio di tutto: in America, le alpha e le beta boomer (quelle nate tra il ‘50 e il ‘59 e tra il ‘60 e il ‘69) hanno ri-aperto gli occhi; in Italia, studentesse, lavoratrici, donne che stanno diventando matte nella dicotomia antropologica indotta dalla società maschile e maschilista, che vogliono smettere di piangersi addosso e che vogliono passare dalla rabbia all’azione, hanno fondato comitati e movimenti come “Se non ora, quando?”e tanto altro. Ma le ondate possono portare di tutto e, di conseguenza, dobbiamo anche assistere a frivolezze come le perfomance estemporanee delle Pussy Riot in Russia, i belletti contemporanei al One Billion Rising in tutto il globo e, molto più vicino a noi, i cori gallinacei di improvvisati paladini del femminismo che, in sede Social Network, accusano un locale catanese, il Barbara Bitch, di sessismo. Cause della polemica sono il nome “Bitch” (“puttana”) e la scelta grafica di un banner pubblicitario che sembrerebbe istigare “violenza contro le donne”.
Dopo questa breve localizzazione “storico-geografica” del problema, possiamo dunque notare come il Femminismo è oggi un concetto da molti abusato, sfruttato, quasi stuprato (se vogliamo rimanere in tema) e come connotazioni di un certo tipo non fanno altro che screditare chi lotta quotidianamente contro la discriminazione e la subordinazione delle donne.
Tutte\i queste\i infuocate\i femministe\i dovrebbero interessarsi di capire concretamente le dinamiche di oppressione di genere per rendersi conto che la loro propaganda, costruita fondamentalmente attorno al principio di dignità della donna, non è altro che la costruzione di un solo ed unico modello di emancipazione di cui tutte le donne dovrebbero far parte.
Per questo motivo, si può affermare che:
1) Applicate violenza alla pluralità – e il femminismo è pluralità perché ammette, riconosce e difende anche tutti i modi di emanciparsi- per combattere la violenza.
2) In un paese in cui la costruzione della morale è stata demandata per decenni allo Stato Vaticano, alle cui direttive la classe politica si è costantemente e miseramente genuflessa, non riconoscete la prostituzione come forma relativa di emancipazione, relativa alle condizioni in cui si esercita e si è scelto di farlo, in quanto ognuno deve poter scegliere il modo di emanciparsi. Una vera presa di coscienza si avrà solo quando le donne saranno veramente libere nelle loro scelte.
3) Credete di attribuire il giusto valore alla dignità umana evitando gli stereotipi di violenza, senza capire che, una vera lotta di genere si può ottenere soltando eliminando gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini. Stereotipi, secondo i quali, ad esempio, le donne sarebbero destinate a svolgere certe mansioni in quanto “regine del focolare domestico”.
Non sorprendiamoci se luoghi comuni come quello di identificare la femminista come una figura demoniaca che non si depila le ascelle per 18 mesi per non conformarsi a norme artificiali di genere, per non obbedire ad un modello estetico imperante che viene imposto alle donne dalla società, trovano ancora il consenso di molti: voi, che dite di lottare per il femminismo, siete proprio chi sta facendo diventare la parola “femminismo” una bestemmia e, questo femminismo che si prefigge di combattere il sessismo, sta diventando necessariamente, anche a causa vostra, elemento della sua perpetuazione.

di Mariagrazia Romano

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Stati Uniti, dopo 18 anni cancellata l’assistenza legale per le donne violentate

di Marco Quarantelli su Il Fatto Quotidiano 07.01.13

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Tutte le tutele cancellate in un solo colpo. Le donne stupratepicchiate o perseguitatedovranno cavarsela da sole: niente più assistenza legale o programmi di protezione per le vittime, neanche per quelle con problemi di disabilitàIl 112° congresso è riuscito ad evitare per qualche mese il fiscal cliff, ma non a prorogare il Violence Against Women Act, la legge del 1994 che fino a pochi giorni fa proteggeva le vittime di violenza. Il provvedimento avrebbe dovuto ricevere l’ok definitivo a dicembre, invece il partito repubblicano ha prima stravolto il testo, considerato troppo progressista, quindi si è rifiutato di finanziarlo e dopo 18 anni la legge è decaduta. L’ennesimo stop, l’ennesimo segno di debolezza per Barack Obama: diviso tra un Senato a maggioranza democratica e una Camera in mano ai repubblicani, il Congresso non è riuscito a votare una legge la cui rilevanza sociale vada oltre gli interessi di partito, in un paese come gli Usa in cui ogni giorno tre donne vengono uccise da un familiare. E ora per il presidente, costretto a trovare presto un accordo sul controllo delle armi, ma sempre più “anatra zoppa”, la strada si annuncia in salita. Continua a leggere

Usa, carcere per donne che abortiscono dopo stupro: è “inquinamento delle prove”

di Marco Quarantelli su Il Fatto Quotidiano 25.01.13

La donna che decide di abortire dopo essere stata stuprata commette il reato di “inquinamento delle prove” e va punita con una pena che può arrivare fino a tre anni di carcere. Finora gli attacchi più furiosi alla libertà di scelta e le dichiarazioni più sgradevoli su stupro e aborto erano usciti da bocche maschili e repubblicane. La proposta di legge presentata

il 23 gennaio al Congresso del New Mexico, invece, porta la firma di una donna, Cathrynn Brown, anche lei rigorosamente repubblicana, secondo cui la vittima di una violenza carnale deve portare a termine l’eventuale gravidanza perché il feto possa essere utilizzato in sede di processo come prova del reato. La sistematica guerra alle donne e ai loro diritti dichiarata negli Usa da una parte consistente del Grand old party non conosce soste.

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New Mexico, Stati Uniti, profondo sud. “L’inquinamento delle prove – si legge nella House Bill n. 206 presentata alla Camera dei Rappresentanti – includerà l’abortire o il facilitare un aborto oppure il costringere qualcuno ad ottenere l’aborto di un feto che sia il risultato di una penetrazione sessuale criminale o di un incesto, con l’intento di distruggere le prova del crimine”. Firmato Cathrynn N. Brown, signora di 60 anni dal rotondo faccione sorridente. L’interruzione di gravidanza verrebbe così considerata reato di terzo grado, insieme a “omicidio volontario, furto, guida in stato di ebbrezza, lesioni aggravate, sequestro a scopo di riscatto”, punibili con la reclusione fino a tre anni. “Questa legge trasforma le vittime in criminali – ha spiegato all’Huffington Post Pat Davis, attivista di ProgressNow New Mexico – e le costringe a diventareincubatrici della prova per conto dello Stato”.

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“Il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro nome”. [R. Luxemburg]

Torniamo con la voglia di raccontarvi tutto quello che è successo durante questo nostro mese d’assenza. Ci siamo lasciati con il lancio di un’assemblea da parte del Movimento Studentesco Catanese, l’11 dicembre nell’aula a2 del Monastero dei Benedettini di Catania. Le ragioni fondamentali dell’assemblea sono la richiesta dell’intitolazione dell’aula a Stefania Noce, uccisa un anno fa insieme al nonno dall’ex fidanzato, e del conferimento della laurea ad honorem. 

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L’aula è piena, sono presenti tutte le principali realtà associative della provincia; ci sono i rappresentanti del collettivo Sen (Stefania Erminia Noce), che a Licodia Eubea, città natale di Stefania, riescono a fare in modo che una piazza le venga intitolata, ci sono le ragazze del Centro Antiviolenza Thamaia, le compagne di Se non ora, quando?, c’è il Centro Antiviolenza Donna L.I.S.A., le Voltapagina, ci sono alcuni docenti, studenti, ci sono i compagni del Movimento Studentesco che controllano il numero sempre crescente di firmatari della petizione online, lanciata per supportare le nostre richieste, c’è Radio Rebelde Scordia che si occupa di trasmettere l’assemblea in diretta streaming per tutti coloro che non hanno avuto la possibilità di essere lì insieme a noi. Continua a leggere

Ha ancora senso essere femministe. A un anno dalla morte, il Movimento Studentesco Catanese ricorda Stefania Noce

Stefania moriva un anno fa, uccisa a coltellate dal proprio fidanzato.

stefaniaIl Movimento Studentesco decide di ricordarla così,  richiedendo il conferimento della laurea ad honorem e l’intitolazione di un aula al Monastero dei Benedettini.

Perchè non vorremmo ricordare le donne per chi erano e ciò che facevano, ma parlare di loro per chi sono e per cosa fanno.

Perchè ogni giorno in più che passa, ogni nome in più sulla lista delle vittime di femminicidi e violenza di genere, ha sempre più senso essere femministe.

Perchè non vorremmo mai più dover commemorare qualcuno che muore di un amore, che amore non è affatto.

Perchè se ieri le donne rimaste vittime di femminicidio erano 114, oggi, in provincia di Enna, si sono trasformate in 115.

Perchè, come Stefania scriveva un anno fa,  “nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né, tanto meno, di una religione.”

MARTEDI’ 11 DICEMBRE, h 16.00 AULA 2, MONASTERO DEI BENEDETTINI – CATANIA ASSEMBLEA  PER STEFANIA NOCE

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Natascia Grbic: Lettera dal Carcere dopo il 14novembre, “si parte e si torna insieme”

Natascia, 24 anni.

Viene arrestata dopo gli scontri del 14 novembre. Una volta fuori, decide di scrivere una lettera. Impossibile non diffonderla, impossibile smettere di leggerla prima della fine. Le condizioni inumane, degradanti, la privazione totale della dignità, le ore passate chiedendo vestiti puliti, assorbenti.

Francesco Rapparelli ha ospitato questa lettera nel proprio blog. Leggetela, perchè ” certe cose non devono passare sotto silenzio anzi, bisogna urlarle al mondo intero. “

«Si parte e si torna insieme» di Natascia Grbic

Ci ho messo un po’ a decidere di buttare giù queste righe. Ripercorrere con la mente certi momenti non è facile, soprattutto se sei stato vittima di quello che uno a volte anche astrattamente chiama “repressione dello Stato”. Mi sono detta però, che certe cose non devono passare sotto silenzio anzi, bisogna urlarle al mondo intero. Questo è per tutti quelli che il 14 novembre sono scesi in piazza e non hanno avuto paura. È per tutti quelli che l’hanno avuta. È per tutti quelli che l’hanno ancora, ma sono determinati a sconfiggerla e riprendersi le strade. È per tutte le detenute e i detenuti, che oltre a essere privati della libertà, “vivono” in condizioni pessime e degradanti, ma mi hanno mostrato cos’è la solidarietà. È per la mia famiglia che non ha mai smesso di sostenermi. È per i miei compagni e le mie compagne che in quel momento ho sentito ancora più vicino. È solo grazie a voi che non sono crollata.

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Maria Mantello: violenza contro le donne e controrivoluzione antifemminista

In Italia, ogni tre giorni una donna muore a causa della violenza di un maschio, che nella stragrande maggioranza dei casi è il compagno, il marito, il fidanzato. Nel 2007 l’importante rapporto nazionale promosso dall’allora Ministro per i diritti e le pari opportunità, on. Barbara Pollastrini, ci forniva dati dettagliati sul femminicidio italiano, che ancora oggi continua a consumarsi nel “sacro focolare domestico”. Rogo per le nuove “streghe”, colpevoli di non voler obbedire agli schemi sessisti in cui si vorrebbero ancora ingabbiate le donne: femmine di consumo e di servizio.

Donne obbedienti, sottomesse al feroce maschilismo di ritorno che arriva a ottenebrare le menti di maschi assassini la cui unica legge è il sopruso, la violenza; espressione del più becero patriarcale controllo sulle donne di cui violano e deturpano il corpo, per lasciare il segno tangibile del loro possesso. Continua a leggere

Violenza: le donne non sono stupide

di Luisa Betti

Mi ricordo il 25 novembre di due anni fa quando scrissi un pezzo dal titolo emablematico: “Violenza sulle donne, mattanza silenziosa”, dopo che i centri antiviolenza mi chiamarono disperati perché le donne continuavano a morire e non sapevano come fare perché nessuno si filava la notizia. Oggi la situazione invece è fortunatamente ribaltata: di femmincidio ne parlano tutti e la stampa e la tv è piena di storie su questo fenomeno. Eppure bisogna stare attente perché oltre ai tantissimi eventi e manifestazioni che nel Paese si accavallano, la giornata mondiale contro la violenza sulle donne rischia di essere un boomerang all’italiana, perché senza decisioni serie, dirette, e senza una risposta istituzionale con politiche concrete per contrastare il femmincidio, potrebbe essere che dopo la valanga mediatica tutto poi rimanga com’era. Continua a leggere

Bullismo al femminile? PARLIAMONE

La Sicilia è Femmina sta facendo una ricerca sul bullismo al femminile, nel mondo reale e in quello virtuale, sull’aggressività indiretta, i pettegolezzi, le esclusioni, le diffamazioni e le morti sociali che ne derivano.
Vorrebbe intrufolarsi nelle vostre vite per rintracciare esempi, esperienze dirette, subite, praticate.

Esistono pochissime pagine nei testi sul bullismo (relegato alle fasi dell’età adolescenziale ed estensibile ad ogni momento dell’età adulta) riferite al femminile. Se ne parla, come fenomeno minore e – appunto – indiretto (mobbing, l’ignorare, l’evitare, il canzonare, il deridere; pochi scontri fisici e molte logoranti guerre di nervi).
Esistono molti testi (per fortuna la ricerca sul femminile ha varcato la soglia di questo tabù) che parlano di guerra all’ultimo sangue tra donne, di cattiveria al femminile, di invidia (avete mai visto una donna spr-u-zzare gioia per il successo, la realizzazione di un progetto, di una sua simile pretesa sorella? Io raramente), di rivalità (perché quando si tratta di una donna le nostre “opinioni” sono sempre acidule – o come disse divinamente un mio caro amico: “C’è dell’astio in te, mia cara!”), di competizione, di vendetta (perché usiamo meno il corpo per aggredire ma sappiamo ferire mortalmente con una sola parola).

Intendo continuare a parlarne.
Al momento sto leggendo il libro “Donna contro Donna” di Phyllis Chesler.

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Di Mariagrazia Romano

La lenta costruzione di una autonomia

Di nascita ero una vita poco autonoma. Quasi per niente. A malapena respiravo senza aiuto. Da lì in poi è stato tutto un distinguere tra dipendenze vere, presunte, indotte, imposte per potere e controllo sulla mia vita.

Lottare per liberarsi dalle dipendenze non è una opzione. E’ un obbligo. Ed è una lotta che dura tutta la vita, senza un attimo di pausa. Poi c’è chi si accomoda sulle dipendenze, ne fa addirittura un motivo di rivendicazione e chi invece le dipendenze non le tollera, proprio come me.

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